lunedì 17 luglio 2017 | Lovere

LA LUNGA VITA DI UN SETTIMINO

Serata all'insegna dell'Ensemble «L. van Beethoven».

 

Il lavoro proposto appartiene ad un Beethoven che alcuni critici indicano come «minore» e che altri, addirittura, definiscono «prebeethoveniano», essendo opera composta alla fine del Settecento, e cioè negli anni di «noviziato» del musicista.

In quel periodo (1792-1797), a Vienna, il giovane Beethoven si è sbizzarrito sulle più diverse combinazioni e mescolanze strumentali componendo, fra l'altro, il Duetto per due flauti, il Quintetto per oboe tre corni e fagotto, il Trio per due oboi e corno inglese op. 87, il Quintetto per pianoforte oboe clarinetto fagotto e corno op. 16, la Serenata per flauto violino e viola op. 25, il Sestetto per due corni e quartetto d'archi op. 81/b, il Rondino per due oboi due clarinetti due fagotti e due corni, il Sestetto per due corni due clarinetti e due fagotti op. 71, l'Ottetto per due oboi due clarinetti due corni e due fagotti op. 103 (e non inganni il numero d'opus di qualche lavoro, assegnato molto più tardi rispetto all'anno di composizione).

Di poco posteriore (1799-1800) è il Settimino op. 20 (per clarinetto corno fagotto violino viola violoncello e contrabbasso) che però mantiene atmosfera e motivazioni identiche a quelle dei lavori citati. L'atmosfera è quella già mozartiana e tutta settecentesca di Serenate Notturni Divertimenti; le motivazioni nascono da una Vienna che si diletta di "far musica" e specialmente musica per fiati, considerata di ottimo intrattenimento e di piacevole passatempo negli ambienti nobili e di censo elevato della capitale imperiale.

E Beethoven, attratto anche dalle sonorità dei «fiati», scrive di queste musiche che non hanno, naturalmente, valore di «messaggio» ma denotano purtuttavia il piacere dello sfruttamento delle risorse idiomatiche e decorative che ogni strumento può offrire nelle varie combinazioni. Piacere che nasce anche dalle felici condizioni di spirito del giovane compositore dal carattere allegro gioviale ed esuberante, pronto allo scherzo, alla battuta e lontano, ancora assai lontano, da quell'immagine convenzionale di un Beethoven sempre ed inesorabilmente corrusco drammatico infelice alla quale ci ha abituati tanta letteratura, e non soltanto iconografica.

Dedicato «A Sua Maestà Maria Teresa, Imperatrice Romana, Regina d'Ungheria e di Boemia» ed eseguito in forma privata a Palazzo Schwarzenberg (lo stesso nel quale era stata eseguita due anni prima "La Creazione" di Haydn e dove pare che Beethoven rispondesse alle lodi dei convenuti dichiarando «Questa è la mia Creazione»), il Settimino ebbe la sua prima ufficiale, insieme alla Prima Sinfonia, in un concerto del 2 aprile 1800, con un clamoroso successo. Successo che si mantenne sempre tale e che collocò il lavoro fra le più amate opere di Beethoven al punto che l'Autore, in un secondo tempo, indispettito dall'incomprensione con la quale venivano accolte le sue nuove composizioni ritenute sempre inferiori al Settimino, giunse a detestare il felice lavoro giovanile.

Il Settimino, almeno fino a tutto l'Ottocento, ebbe eccezionale fortuna anche in Italia, dove fu apprezzato fra l'altro da musicisti come Bellini (che si ricordò dell'«Adagio cantabile» nel duetto della Norma: "In mia mano alfin tu sei") e Donizetti (che ebbe presente il «Presto» finale nel duetto "Fia vero?" della Favorita). La critica moderna considera il Settimino opera giovanile e di transizione, ma lo stile concertante, i brevi passaggi virtuosistici concessi al violino, le melodie spesso di sapore popolare, la grazia e la semplicità delle armonie, la ricchezza e la freschezza delle idee musicali, rendono questo lavoro una perfetta, anche se non eccelsa, sintesi di un mondo e di una civiltà ormai decisamente avviati al tramonto.

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