sabato 27 gennaio 2018 | domenica 06 maggio 2018 | Bergamo

RAFFAELLO E L'ECO DEL MITO

Raffaello Sanzio, San Sebastiano, circa 1502-1503, tempera e olio su tavola, Accademia Carrara, Bergamo. Courtesy: Fondazione Accademia Carrara, Bergamo

Accademia Carrara inaugura la grande mostra dedicata a Raffaello. 

 

Un viaggio affascinante all’interno della formazione del giovane ‘magister’ - così dichiarato all’età di soli 17 anni –, un progetto ambizioso, di ricerca, condotto da Emanuela Daffra, Maria Cristina Rodeschini e Giacinto Di Pietrantonio. L’idea della mostra nasce dallo studio dell’opera di Raffaello conservata in Carrara, il «San Sebastiano» e come il movimento di un telaio che intreccia racconti differenti a partire dallo stesso capolavoro, suggerendo le possibili piste di approfondimento, vengono messi a confronto le opere dei maestri con i dipinti giovanili di Raffaello, alcuni dei quali raccolti ed esposti a Bergamo per la prima volta, nei quali emerge la straordinaria capacità di sintesi e innovazione del genio urbinate, che nel solco della tradizione, conferisce nuova linfa al linguaggio pittorico, rielaborando e sublimando gli spunti e gli stimoli migliori del passato. 

Il racconto comincia con la descrizione dell’ambiente culturale in cui Raffaello crebbe, tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento, tra Urbino, Perugia e Siena. Per i signori di Urbino lavorò suo padre Giovanni Santi, pittore e poeta. Qui, intorno a Federico da Montefeltro, prese vita una corte aggiornata, attenta alle nuove preposte culturali: vi lavorarono Piero della Francesca e Leon Battista Alberti, Luca della Robbia, Luciano Laurana e Francesco di Giorgio Martini e furono chiamati pittori fiamminghi. Giorgio Vasari individuò in Perugino il maestro di Raffaello, alla luce di affinità tra le loro opere in termini di fisionomie, tecnica pittorica, composizioni.  Ma la sua attenzione, vorace e intelligente, si rivolge non solo a Perugino, ma anche ad altri artisti come Signorelli e Pintoricchio, dei quali è in alcuni casi allievo, in altri semplicemente acuto osservatore. 

Ed ecco i tredici capolavori raccontando la genesi del genio, dalla «Madonna Diotiallevi» di Berlino alla «Croce astile» dipinta del Museo Poldi Pezzoli, dal «Ritratto di giovane» di Lille al «Ritratto di Elisabetta Gonzaga» degli Uffizi. Per la prima volta, inoltre, sono riunite in Europa tre componenti della «Pala Colonna» (dal Metropolitan Museum of Art di New York, dalla National Gallery di Londra e dall’Isabella Stewart Gardner di Boston) e tre componenti della «Pala del beato Nicola da Tolentino» (dal Detroit Institute of Arts e dal Museo Nazionale di Palazzo Reale di Pisa), a testimonianza dell’eccezionale contributo critico che l’esposizione presenta. 

Al centro della mostra il «San Sebastiano», opera di esecuzione raffinata, destinata alla contemplazione privata, raffigura soltanto il volto e le spalle del santo, abbigliato come un gentiluomo alla moda: nell’idearlo Raffaello doveva avere ben presenti modelli illustri, dai ritratti su fondo di paesaggio divulgati dai pittori fiamminghi alle intense immagini di santi su fondo scuro elaborate da Perugino nei medesimi anni.  Nel percorso espositivo viene messo a confronto con opere di autori che hanno affrontato sia lo stesso tema iconografico sia il genere del ritratto sullo sfondo di paesaggio come ad esempio il «Ritratto d’uomo» di Hans Memling e il «San Sebastiano» di Pietro de Saliba, fino alle due opere con «Ritratto di giovane come San Sebastiano» di Giovanni Antonio Boltraffio e Marco d’Oggiono, allievi di Leonardo a Milano. 

Lo studio e la ricerca non si ferma al Cinquecento, ma prosegue alla scoperta del “mito” che si è venuto a creare intorno all’affascinante figura di Raffaello nell’Ottocento. L’arrivo nel 1836 del «San Sebastiano» nella collezione di Guglielmo Lochis coincide con la ripresa d’interesse per la vicenda umana e artistica del maestro: da un lato il ritrovamento delle sue spoglie mortali al Pantheon nel 1833, dall’altro il rinnovato interesse per la misteriosa Fornarina, capolavoro simbolo del maestro, in prestito dalle Gallerie Nazionali di Arte Antica di Roma - Palazzo Barberini. Tra le vicende umane del giovane urbinate un posto speciale è occupato dal leggendario amore per la giovane donna ritratta: tema che affascina un artista come Ingres, appassionato studioso di Raffaello, che lo ripete più volte e sarà spesso frequentato dai pittori italiani inesauribile fonte di ispirazione di cui sono esempi in mostra le opere di Giuseppe Sogni, Francesco Gandolfi, Felice Schiavoni, Cesare Mussini. 

L’interesse per Raffaello prosegue senza soluzione di continuità nel Novecento e fino ai nostri giorni. Opere sotto forma di citazioni, tributi, ritratti ‘in veste di’, rivisitazioni iconografiche di celebri artisti quali, tra gli altri, Giorgio de Chirico, Pablo Picasso, Luigi Ontani, Salvo, Carlo Maria Mariani - con un lavoro proveniente dalla Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea di Roma - ma anche Christo, Francesco Vezzoli e Giulio Paolini, che ha realizzato anche l’inedito Studio per «Estasi di San Sebastiano» per lo spazio di norma occupato in Accademia Carrara dal «San Sebastiano» di Raffaello (Sala 4): un simbolo di dialogo tra i due artisti e di collegamento ideale tra l’Accademia Carrara e la GAMeC. 

De8 Architetti e Tobia Scarpa firmano l’allestimento con una scenografia capace di trasportare il visitatore all’interno della grande arte di Raffaello: un’esperienza nell’esperienza, in cui anche l’allestimento diventa parte fondamentale della narrazione e crea una relazione tra il “dentro” e il “fuori” mostra, con un incantevole gioco di oro e di luci.

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